David Haye: ma cosa c’è davvero dietro al ritiro di un “campione”

[:it]Sovente, i miei amati allievi e “compagni di viaggio” mi inoltrano interviste, testi, link, video, chiedendomi di esprimere il mio pensiero. Stamani, aprendo il messaggio, leggo che, il pugile David Haye, ha rilasciato delle dichiarazioni molto importanti riguardo la sua carriera. Incuriosito decido di approfondire.

La dichiarazione di Haye

“Ho saputo circa 35 secondi nel primo round di quel secondo combattimento con Tony Bellew che questo era tutto”, ha detto Haye a The Daily Star. “Sembrava tutto sbagliato, era davvero strano. Non è mai accaduto prima. Semplicemente non sembrava una partita di boxe, sembrava davvero strano. Mi mettevo in posizione sperando che qualcosa scattasse come sempre e non scattava nulla, in nessun momento. “Anche nei primi round, i round che stavo vincendo, sembrava che tutto fosse uno sforzo. Anche muoversi e saltellare, tutto era uno sforzo. Vedevo le opportunità dopo che se ne erano andate, mentre prima le vedevo e le sfruttavo. Ma sono arrivato al punto in cui semplicemente non le riuscivo a vedere ed era troppo tardi. Dove normalmente riuscivo a contrattaccare, venivo colpito. Era una sensazione che non avevo mai provato prima e che non vorrei più provare ad essere onesto! Sono contento si sia concluso in questo modo così da non lasciarmi con pensieri come ‘forse un giorno farò meglio, se non fosse stato per il mio tendine d’Achille allora ci sarei riuscito’. “Sapevo che era così. Ricordo quella sensazione di ‘va bene, hai spinto nei limiti di ciò che è umanamente possibile, hai fatto un ottimo lavoro, ti sei dato l’opportunità migliore, sei più in salute di quanto tu non sia mai stato, sei più forte, più in forma’ ma non è una questione di forza o forma fisica, è questione di quanto il tuo corpo riesce a combattere. E una volta che quella fiamma si è spenta, è finita per sempre.”

ATLETI PARZIALI

Appare evidente che tali esternazioni celino (e nemmeno troppo) un disagio ed un disequilibrio enorme, non solo psichico ma anche fisico*, da buon curioso, non posso fare a meno di chiedermi il perché, un uomo di soli 37 anni, esprima pensieri che si addicono più o meno ad un settantenne. Molto spesso mi capita di ricevere atleti professionisti che praticano solo un’attività e credono che quella sola disciplina sia sufficiente a garantirgli tutto ciò di cui ha bisogno, dal punto di vista atletico e da ogni altro punto di vista. Insomma, indipendentemente dalla disciplina, praticano “arti parziali” e, non è un caso che, anche loro, siano atleti incompleti.

Individui incompleti 

Spesso mi è capitato di sentire alcune frasi che riporto qui sotto, che non vogliono dire assolutamente nulla ma ormai sono diventate delle (false) verità:

  •  “Posso mangiare di tutto perché tanto poi brucio”
  • “Quello che pratico io mi fa anche da terapia perché quando mi alleno mi scarico emotivamente”
  • “Le pratiche energetiche sono fantasie, basta allenarsi un tot di ore e la vitalità aumenta”
  • Con una buona pratica energetica posso anche non tener conto dell’inquinamento elettromagnetico”
  • “Se mi alleno posso anche bere alcolici”
  • “Allenandomi non ho bisogno di terapie ostepatiche (fisioterapiche, ecc)”
  • “Lo psicologo dello sport? Ma non sono pazzo!”
  • ” Educare il respiro? Il fiato lo faccio correndo”
  • “Non parlo con i miei familiari, la palestra è la mia famiglia”

Anche se si continua a ripeterle nella propria mente, è bene riconoscere che una menzogna non diventa verità solo perché la si ripete più volte.

FARE PRATICA PARZIALE DARA’ DEI RISULTATI PARZIALI.

Se sei un pugile e credi che Lomačenko pratichi solo pugilato (o quello che sceglie di farti vedere) sei completamente fuori di testa.

Qualsiasi tipo di pratica non può prescindere da un perfetto stato di salute ed una perfetta armonia con la natura, sotto tutti gli aspetti. Se un atleta continua a subire infortuni non è semplicemente “sfigato” ma ha un problema che non riesce a comprendere perché, nella migliore delle ipotesi, ne ignora le cause, nella peggiore è proprio cretino.

Un individuo, per essere sano e poter, attraverso questo stato, essere (anche) un atleta e/o un combattente, deve: dapprima prendere consapevolezza e riconoscere che l’80% delle sue abitudini sono sbagliate e poi correggerle. Posso ben affermare che, l’uomo moderno, è addirittura incapace di cagare correttamente e.. immaginiamo come può svolgere le attività più complesse..

E’ per questo che poi si vedono personaggi di trent’anni muoversi peggio di un sessantenne con la sciatica dopo quarant’anni di lavoro nel settore edilizio.

La routine classica dell’uomo (purtroppo anche atleta**) moderno la si può schematizzare più o meno così:

leggi l’articolo “i segreti di un buon sonno” 

“però dalle 20.00 alle 22.00 ho buttato fuori eh”

Quando le attività basilari, come saper fare la cacca, sono, non solo fatte male, ma addirittura contro natura, è normale che, il prodotto di tali personaggi sia di questo tipo: di scarsa qualità e di scarsa durabilità.

DOMANDE OBBLIGATORIE

Queste domande sono valide per tutti gli atleti che continuano ad avere problemi legati alla pratica e che, giorno dopo giorno, vedono la loro salute deteriorarsi

  1. Qual era la routine del sig. Haye, all’epoca trentasettenne, atleta ormai,da lui stesso dichiarato, da rottamare?
  2. Haye si alimentava correttamente?
  3. La pratica era davvero adatta a lui?
  4. Il suo metodo di pratica si può definire valido?
  5. Com’è stato, nel corso della sua vita, l’approccio ai ritmi della natura?
  6. E’ stato monitorato ed analizzato il suo ritmo sonno veglia?
  7. In che modo avrebbe potuto migliorare il suo stato di salute?
  8. E’ stato valutato il livello di inquinamento ambientale al quale è stato sottoposto?
  9. E’ stata fatta una valutazione psicologica classica e sportiva del soggetto nel corso del tempo in relazione anche agli infortuni?
  10. E’ stata svolta un’ indagine sistemico-familiare?
  11. I medici che l’hanno seguito, erano davvero competenti ed appropriati al suo bisogno?

Qualsiasi tipo di attività deve poter essere svolta nel tempo, se si può eseguirla esclusivamente in un lasso di tempo ridotto (5-10 anni) significa che occorre riflettere su quanto si sta facendo, come lo si sta facendo e, soprattutto, perché..

Concludo dicendo che nessuna disciplina “viva” è mai stata completa e completata, tutto è sempre in evoluzione e tutto deve essere integrato: credere che sia sufficiente eseguire pratiche energetiche senza tenere conto della preparazione atletica (o viceversa), indirizzare un individuo con problemi sistemico-familiari in palestra, “così si sfoga e impara la disciplina”, alimentarsi con cibi che non sono previsti dal nostro programma biologico è assolutamente sbagliato e privo di ogni logica!

Ogni individuo, per non essere incompleto, deve, si praticare, ma praticare su più fronti, partendo dalle sue abitudini alimentari, giungendo anche a ciò che il suo intelletto non è ancora in grado di comprendere!

*un fisico in salute, genera sempre una psiche sana (viceversa, mai).                                                                                                                          ** in genere un atleta professionista si allena anche durante il giorno, ma presenta comunque queste errate abitudini  (soprattutto alimentari).[:]

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